Rethinking force and consent, victimisation and agency: a feminist approach to prostitution policy

Abstract. Feminist approaches to prostitution tend to be highly polarised in their theo­retical premises and policy implications. Radical feminist perspectives represent prostitution as the cornerstone of women’s sexual exploitation, implying a strong call to eradicate sexual commerce in any form. On the opposite side are liberal perspectives emphasising women’s choice, autonomy, and control over their own body, advocating for the decriminalisation of sex work, and rejecting paternalist claims for State protection. The notion of “women’s consent” is crucial in both perspectives, being rejected as impossible or inexistent by those who reduce all sexual commerce to forced prostitution, and emphasized as a key discriminant by those distinguishing voluntary sex work from trafficking and forced prostitution, and sexual agents from sexual victims. In my contribution, I argue that the polarized nature of dominant feminist approaches to prostitution – especially concerned with defending theoretical stances on pros­titution – may decrease the impact of feminist-inspired policies and fail to address the needs and risks faced by those working in the sex market. Arguing that there is continuity rather than dichotomy between force and consent, I suggest more nuanced and problematic notions of victimisation and agency. Relying on ideas of human vulnerability, such as those developed by philosophers Judith Butler, Adriana Cavarero, and Martha Fineman, I present a feminist political approach to prostitution that, while rejecting any appeal to criminal laws against non-coerced adult sex work, criticises laissez-faire approaches, and advocates for social policies catering for sex workers’ material and symbolic needs.

In FEMERIS Vol. 3, No 2 (2018)

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Spazi sociali. Un antidoto all’immobilismo e alla rassegnazione

E se pensassimo all’utopico non come il libro dei sogni impossibili ma come attitudine verso il reale e l’immaginario? Una proposta tutta politica di Davina Cooper

La mia recensione del libro di Davina Cooper, Utopie quotidiane. Il potere concettuale degli spazi sociali inventivi, ETS, Pisa 2016.

In: Leggendaria, n. 130

MeToo, cos’è cambiato un anno dopo

Qui sono intervistata da Elisabetta Ambrosi su Il Fatto Quotidiano.

La presidente della struttura di Bologna Maria Chiara Risoldi parla del “lavoro capillare” fatto dai centri antiviolenza e degli effetti positivi del movimento che ha rimesso la donna al centro del dibattito: “Il problema è il silenzio”. E alle obiezioni risponde: “Sono danni collaterali del conflitto”. Secondo Giulia Blasi, autrice dell’hashtag #quellavoltache: “Anche l’Italia sta seguendo la direzione dell’America”. Ma non mancano le perplessità. Per la filosofa Ingrid Salvatore c’è il rischio di creare troppi “vulnus giuridici”. Mentre per la sociologa Serughetti: “C’è stato un terremoto e non sempre istituzioni, aziende e organizzazioni hanno saputo come rispondere”

L’asse Salvini-Orban minaccia la libertà delle donne, non solo migranti

femministerie

locandina onmidi Giorgia Serughetti

L’incontro di ieri tra Matteo Salvini e il primo ministro ungherese Viktor Orban ha messo al centro il No all’immigrazione e reso chiaro che su questo tema si costruiranno le più importanti alleanze politiche in vista delle elezioni europee. Di più, letto alla luce del meeting bilaterale di Milano, il caso della nave Diciotti, i cui passeggeri sono rimasti per dieci giorni ostaggio della prova di forza del Ministro dell’Interno, emerge in tutta evidenza come un laboratorio politico per il progetto di “democrazia illiberale” propagandato da Orban nel suo paese e guardato con grande simpatia dalla destra sovranista nostrana. Ciò che è rimasto più in ombra nell’agenda informativa degli ultimi mesi, e che credo meriti invece attenzione, è il legame che unisce la posizione leghista (ma potremmo dire giallo-verde) sull’immigrazione e le politiche su genere e diritti civili dell’attuale maggioranza di governo. Perché questioni che…

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Contro la politica dell’odio l’indignazione non basta

femministerie

pexels-photo-944743di Giorgia Serughetti

Due settimane di nuovo governo, e l’indignazione quotidiana è già diventata la cifra dell’opinione pubblica progressista. A me, personalmente, l’indignazione social dà il mal di testa e provoca afasia. Mi pare affondare in un sentimento di impotenza, impedire il lavoro del pensiero, e rendere inintelligibili le alternative politiche. Mi pare alimentare lo stesso circuito comunicativo da cui il “nemico” trae consenso e potere.

Bisogna scavare a fondo nelle questioni, e farlo nei tempi richiesti da una riflessione libera, se si vuole opporre alla propaganda di governo non parole vuote o spompe, ma un vero discorso contro-egemonico. Contro-egemonico, sì, perché non importa quanto a lungo la maggioranza riuscirà a presentarsi come anti-sistema. La verità è che ciò a cui dà voce, e che va a rafforzare, è un discorso egemonico su temi come l’identità nazionale, la famiglia, il genere, il conflitto sociale.

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