Il dovere di guardare ancora il dolore degli altri

Su Domani 17 marzo 2021

[…] La foto dei camion militari è divenuta un simbolo della tragedia perché racconta la cruda realtà dei morti in eccesso, che non trovano posto nei cimiteri. Ma è probabile che la sua forza venga anche dall’evocazione dell’immaginario della guerra. Fin dal principio, l’emergenza pandemica è stata raccontata e descritta con ampio ricorso al linguaggio bellico: il nemico invisibile, gli ospedali come trincee, i medici come eroi delle prime linee. Metafore inappropriate, perché in guerra per sopravvivere si uccide, mentre qui la lotta è in difesa delle vite di tutti; perché la risposta alla malattia è la cura, che richiede solidarietà e giustizia, non l’odio che alimenta la guerra.

L’immagine scattata dal giovane steward a Bergamo è quindi potente, ma rischia di allontanare, anziché favorire, i processi collettivi di conoscenza, compassione e compianto. Come osserva ancora Sontag, si può voltare le spalle al dolore degli altri non solo perché si è saturi di immagini e notizie, non solo perché assuefatti, ma anche perché si prova paura, e impotenza. Se non possiamo tradurla in azione, dice, anche la compassione inaridisce, si spegne. «Le condizioni a cui diamo il nome di apatia, o di anestesia morale ed emotiva, in realtà traboccano di sentimenti: ciò che si prova è rabbia e frustrazione».

È questo che ci succede quando ci dicono che è in corso una guerra, ma noi non abbiamo possiamo fare nulla per impedire che produca i suoi morti. Se invece al lessico della guerra si sostituisce quello della cura, l’immagine che ci sciocca o ci ossessiona può anche spronarci a fare la nostra parte – nel nostro piccolo, continuando a preoccuparci dei nostri comportamenti, ma anche pensando in grande, all’urgenza di trasformare la società. La lente della cura può, inoltre, favorire il processo collettivo di elaborazione del lutto, che è ostacolato dall’incapacità di riconoscere la vulnerabilità e l’interdipendenza che ci accomuna, di mettere a fuoco ciò che abbiamo perduto, e le ragioni per cui questo è avvenuto.

Solo così diventa possibile la memoria. A rigor di termini, scrive ancora Sontag, non esiste la «memoria collettiva», ma solo «l’istruzione collettiva». Quella che si definisce memoria collettiva non è tanto il risultato di un ricordo ma di un «patto», per cui «ci si accorda su ciò che è importante e su come sono andate le cose, utilizzando le fotografie per fissare gli eventi nella nostra mente». Non basterà per questo una sola Giornata. Può essere però un buon punto di partenza.

L’articolo completo al link https://www.editorialedomani.it/fatti/il-dovere-di-guardare-ancora-il-dolore-degli-altri-rlmzh5ea

Libere Tutte: seconda edizione

Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti, Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio, minimum fax, seconda edizione, con nuova Introduzione delle autrici.

Il femminismo del Novecento ha prodotto un cambiamento irreversibile, ma nel nuovo millennio le lotte delle donne non sono finite. La libertà femminile vive nel mondo, ma si scontra con resistenze e paternalismi di ogni sorta. Come riconoscere, difendere e promuovere l’autodeterminazione in un tempo in cui l’avanzata di forze conservatrici e integraliste mira a controllare la sessualità delle donne e la riproduzione, mentre il mercato cerca di trarne profitto? C’è ancora bisogno di femminismo. Questa parola, che alcuni hanno archiviato troppo presto, ritrova oggi il suo significato di battaglia per la libertà. Per tutte le donne. E per tutti gli uomini che vogliono camminare con loro.

«L’emergenza pandemica ha illuminato la sfera privata nelle sue contraddizioni, ha fatto risaltare il rimosso del lavoro domestico e riproduttivo, ha mostrato quanto lungo sia ancora il cammino della “rivoluzione antropologica” che il femminismo ha innescato. Siamo di fronte al rischio che la crisi apra le porte a involuzioni autoritarie, ma anche all’opportunità di costruire nuovi modelli di solidarietà, inclusione e libertà. Nessun esito è scontato. Il futuro è nelle nostre mani».

L’introduzione è stata pubblicata su Il Tascabile https://www.iltascabile.com/societa/libere-tutte/

Quella dell’8 marzo non è una storia di vittime ma di riscatto

Su Domani 8 marzo 2021

«La vera ragione dell’opposizione all’eguaglianza delle donne nello Stato è che gli uomini non sono disposti a riconoscerla nelle loro case»: così scriveva Elizabeth Cady Stanton, figura leader del primo femminismo statunitense nell’Ottocento.

Il problema del rapporto tra donne, politica, potere ci accompagna da secoli e, come ha mostrato il dibattito recente sulla composizione di genere del governo Draghi, è lontano dall’essere risolto.

Le parole di questa madre del movimento suffragista ci ricordano, però, che il cammino che va dal voto femminile all’ingresso delle donne nelle istituzioni è solo uno dei molti fronti della battaglia per la piena cittadinanza.

Perché le diseguaglianze tra i generi permangono nelle case, nei luoghi di lavoro, nell’uso degli spazi pubblici, nei media, nella produzione dell’immaginario, e si intrecciano con altre grandi diseguaglianze, come quelle di “classe” o di “razza”.

La Giornata internazionale dei diritti della donna è, ogni anno, l’occasione per portare allo scoperto le contraddizioni strutturali, le urgenze politiche, ma anche la rabbia delle “senza-potere”.

L’8 marzo non è, come vorrebbe un mito diffuso, una storia di vittime, la commemorazione delle operaie uccise nell’incendio di una fabbrica di New York nel 1908. È invece il risultato di molteplici spinte e avvenimenti, del protagonismo delle donne che, a partire dall’inizio del Novecento, attraversò il movimento operaio, i partiti socialisti e comunisti, per estendersi alla società intera.

L’articolo completo al link https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/quella-dell8-marzo-non-e-una-storia-di-vittime-ma-di-riscatto-ov8b0l1l

Laura Schettini, Turpi Traffici. Prostituzione e migrazioni globali 1890-1940

Giovani ingannate e scaltre imprenditrici, donne lavoratrici e procacciatori senza scrupoli: lungo le rotte globali, a partire dalla fine dell’Ottocento, si muove una moltitudine di figure che va ad alimentare quella che può essere designata come la prima globalizzazione della prostituzione. Sono i «traffici» che danno il titolo al libro di Laura Schettini, Turpi traffici. Prostituzione e migrazioni globali 1980-1940, edito da Biblink. «Turpi venivano considerate le donne che si prostituivano (all’estero), ma turpi venivano appellati anche gli sfruttatori di giovani irretite e trascinate nel mercato della prostituzione, vendute come “merce”; traffici, per un altro verso, evoca la natura commerciale del fenomeno ma anche gli affari illeciti, sia a livello organizzato che informale e familiare, compiuti intorno ad esso, così come una dimensione di movimento, fondamentale in questa storia».

Il tema non è nuovo per l’indagine storiografica, che ha ricostruito come, nei decenni in cui prendeva il via la moderna globalizzazione economica, con le imprese coloniali e i grandi movimenti migratori verso le Americhe e attraverso l’Europa, anche il mercato del sesso abbia registrato una crescita quantitativa e una dilatazione geografica senza precedenti, integrandosi nelle dinamiche del mercato transnazionale. La novità preziosa dell’indagine di Schettini è però il focus sull’Italia, finora pressoché ignorato, nonostante l’interesse che il paese ha rivestito sia come luogo di origine, sia come destinazione e transito di donne europee coinvolte nell’attività prostitutiva nelle case di tolleranza o nei bordelli clandestini, per scelta, costrizione o inganno.

Leggi la recensione integrale al link https://www.giornaledistoria.net/rubriche/recensioni/laura-schettini-turpi-traffici-prostituzione-e-migrazioni-globali-1890-1940-biblink-2019/

La lezione della pandemia: il potere degli scienziati è un rischio per la democrazia

Su Domani 21 febbraio 2021

[…] La storia di questo lungo anno di pandemia segnala insomma due pericoli distinti ma in parte convergenti. Uno è quello della scienza piegata a servire gli scopi del potere politico o gli interessi degli attori economici. L’altro è quello della scienza che assume in proprio il potere di condizionare le decisioni, attraverso la personalizzazione del sapere. A questo si aggiunga la polarizzazione del dibattito, alimentata dai media. Se il disaccordo tra scienziati è inevitabile, ed è vitale per il progresso della ricerca, la sua spettacolarizzazione induce nel pubblico confusione, e la fatale sensazione di ricevere, anziché informazioni basate su evidenze, opinioni di parte. Per lo stesso motivo, sollecita dietrologie riguardo agli interessi in gioco.

Che tipo di potere è quello della comunità scientifica? In che rapporto si trova con gli altri poteri democratici? La teoria classica della divisione dei poteri prevede che le funzioni essenziali di uno Stato siano responsabilità di tre organi distinti, capaci di limitarsi reciprocamente.

[…] In realtà, se entra in una contesa di poteri, o se si piega all’influenza altrui, la scienza smarrisce il suo ruolo, che richiede imparzialità e libertà.

La funzione politicamente rilevante, e oggi particolarmente cruciale, di esperti e scienziati, può essere svolta solo dall’esterno del campo di gioco della politica.

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La parità di genere nel governo non è solo un problema di numeri

Su Domani 15 febbraio 2021

[…] La sinistra, dunque, ha un problema con le donne? La risposta è sì, con tutta evidenza. Il problema, però, riguarda più le dinamiche di potere interne ai partiti che l’asse destra-sinistra. E non è legato solo ai numeri.

Per una sorta di paradosso, in Italia le donne si fanno meglio strada nei partiti “personali”, che sono più spesso additati per la gestione proprietaria (e machista) del comando.

A causa dell’assetto verticale, non scalabile, e per la credenza nel carattere naturalmente docile delle donne, i leader tendono a promuovere squadre a maggioranza femminile. Ne può nascere una classe politica di donne leali al capo, ma anche un protagonismo che si emancipa dal suo potere.

Diverso è il caso dei partiti d’apparato in cui si scontrano correnti e sotto-correnti, e in cui le donne – anche qui seconde file – devono cedere il passo ai rispettivi sotto-leader.

[…] Oltre l’alternativa tra cooptazione verticale e vita da eterne seconde, c’è solo la strada che porta le donne a fondare un partito di cui poter prendere la guida, attuando un modello di leadership che non chiede né concede nulla a capi uomini ma nemmeno – di norma – alla forza collettiva di altre donne.

Il problema della rappresentanza delle donne, tuttavia, non si riduce a un problema di leadership né sta solo nei numeri. La teorica politica Hanna Pitkin, nel suo famoso studio The Concept of Representation, distingueva la rappresentanza «descrittiva» da quella «sostanziale». Il tema della percentuale di donne nelle assemblee e nelle sedi decisionali riguarda l’aspetto «descrittivo», cioè la corrispondenza tra rappresentanti e rappresentati in virtù di caratteristiche condivise.

La rappresentanza «sostanziale» fa invece riferimento alla capacità di portare avanti i bisogni, le domande, gli interessi del gruppo rappresentato. È qui che si realizza al meglio l’ideale della circolarità tra il dentro e il fuori delle istituzioni che nutre il processo democratico, al di là del momento elettorale o della nomina degli organi decisionali. Ed è su questo terreno che il passaggio dal vecchio al nuovo esecutivo può ora destare maggiori preoccupazioni.

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Uscire dalla crisi della cura, ripartire dalla fragilità

La mia intervista con Francesca Rifiuti sulla rivista Exagere

– Partiamo da un dato che ci pare sempre più attuale. Il progressivo spostamento online di parte della nostra esistenza, la prevalenza di ciò che è immateriale, ci ha allontanato dal corporeo, dal corpo come base della nostra esperienza soggettiva. Cosa sta accadendo?

– Quello che siamo vivendo da un anno a questa parte è un fenomeno per molti aspetti ambivalente. Da un lato, gran parte della nostra esistenza si è smaterializzata. Processi di questi tipo erano già in corso prima dell’arrivo della pandemia, ma il virus e le misure per contenerlo hanno impresso a tutto questo un’enorme accelerazione, e l’immersione digitale, specialmente per chi lavora da casa,  sembra portare a compimento la spesso pronosticata “scomparsa dei corpi”. Vedo qui due effetti: uno è l’estrema fatica mentale che comporta questo stile di vita fatto di infinite ore di riunioni virtuali, seguite da momenti di svago virtuale – un concerto online, la presentazione di un libro su Facebook – senza lasciare mai la propria scrivania. Io l’ho chiamata “iper-stanchezza”, riprendendo l’idea della “società della stanchezza” di Byung-Chul Han e ripensandola alla luce della pandemia. L’altro effetto è la privazione sensoriale che stiamo vivendo, che ci rende sempre più estranei i corpi degli altri e che allontana in generale il contatto con le cose. Viviamo nell’assenza di tatto, attenti a non sfiorare superfici, a evitare una stretta di mano, un abbraccio, per non dire un bacio. Tutto questo potrebbe avere effetti profondi e duraturi sulla nostra psiche e la socialità. Però, secondo me, c’è anche un altro lato della storia. Perché la pandemia ci fa sentire la privazione, quindi l’importanza del contatto con gli altri per il nostro benessere. E ci rende consapevoli anche in un altro senso della nostra materialità: sappiamo che senza corpi in salute, a scuola e al lavoro, in casa o negli ospedali, in fabbrica o nei campi, negli esercizi commerciali o nei teatri, non è possibile nessuna sopravvivenza individuale, sociale ed economica.

L’intervista completa al link http://www.exagere.it/uscire-dalla-crisi-della-cura-ripartire-dalla-fragilita/

Tecnici vs. politici: il malessere della democrazia

Su Domani 6 febbraio 2021

[…] Il problema non è la minore competenza dei rappresentanti eletti dal popolo rispetto a quella dei «tecnici», ma è la crisi delle procedure di costruzione del consenso, è l’incapacità dei partiti di uscire dal gioco di veti incrociati, e della politica tutta di offrire visioni e soluzioni credibili ai problemi del paese.

A questo malessere della democrazia parlamentare non contribuisce solo l’antipolitica tecnocratica. L’altro patogeno è la retorica populista, che ne rappresenta, almeno a parole, l’opposto. Il populismo e la tecnocrazia non sono solo l’uno una reazione all’altra, ma anche l’uno lo specchio dell’altra. Perché hanno un nemico in comune: la politica.

I movimenti populisti, nelle loro varie forme, attaccano l’establishment politico come inutile e corrotto, e avversano le procedure della rappresentanza come ostacoli all’espressione diretta della volontà del «popolo» per voce del leader.

I fautori della tecnocrazia mostrano a loro volta dispetto e dispregio per i processi lenti e onerosi di discussione e decisione.

Entrambi ritengono che governare non sia una questione di visioni partigiane, ma la risposta a problemi «oggettivi». Per i populisti, basta ascoltare il «buon senso» del «popolo»; per gli esperti, si tratta di affidarsi a calcoli ed evidenze. Entrambi offrono soluzioni che si presentano come «redentive».

Al contrario del populismo e della tecnocrazia, la democrazia rappresentativa non promette la salvezza attraverso la verità, ma garantisce uno spazio politico affinché le parti possano confliggere e accordarsi.

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Le democrazie muoiono se perdono la memoria

Su Domani 26 gennaio 2021

Come muoiono le democrazie? Secondo i politologi Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, siamo abituati a immaginare che possano finire solo rovesciate da violente azioni militari, ma non è così. Oggi le democrazie muoiono per via elettorale, quando al potere salgono leader e partiti con tendenze autoritarie che riescono a conservarne la facciata e a svuotarne la sostanza. Così, «non essendoci un singolo momento – colpo di stato, proclamazione della legge marziale, sospensione della Costituzione – in cui un regime “varca” chiaramente il confine che separa la democrazia dalla dittatura, viene meno l’elemento che fa scattare i campanelli d’allarme nella società».

L’allarme non suona, o suona flebile e stanco, anche perché si raffredda il sentimento. Quando intere generazioni cresciute all’ombra della democrazia, abituate a trattarla come un fatto di natura, smettono di lottare per tenerla in vita, subentra l’indifferenza. Può farsi strada allora persino l’insofferenza per la lentezza delle procedure o i vincoli dello stato di diritto, che – secondo alcuni – non permettono di reggere il confronto con i regimi autoritari di fronte a grandi emergenze come una pandemia. A questo serve la memoria pubblica. Serve a ricordare da dove veniamo: le imprese e le fatiche di chi ha lottato per i principi dell’eguaglianza e della libertà, ma anche le tragedie e i lutti causati da regimi storici che hanno negato questi principi in nome di concezioni aberranti della nazione, dello stato, della razza.

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Il lessico dell’antipolitica degrada il concetto di responsabilità

Su Domani 19 gennaio 2021

«Responsabile» a chi? Nel lessico della crisi di governo, l’aggettivo è diventato un marchio di infamia, a causa del lascito di una storia recente in cui la parola «responsabilità» è stata usata come eufemismo per imbarazzanti cambi di casacca parlamentare.

Anche l’accusa opposta di «irresponsabilità» suscita però reazioni stizzite. «Siamo dipinti come irresponsabili», ha scritto Matteo Renzi, dopo lo strappo con la maggioranza sancito dalle dimissioni delle due ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti. Per il leader di Italia Viva la vera responsabilità è invece «dire la verità» e «lasciare le poltrone» a suggello della forza delle convinzioni.

Se servisse una prova della profondità in cui è penetrata la forma mentis dell’antipolitica, questa nuova crisi di governo ne offrirebbe più d’una.

Il tentativo di formare una maggioranza attraverso le procedure della democrazia parlamentare è rappresentato come un mercato delle vacche. E i ministeri, anche detti «le poltrone», diventano nient’altro che privilegi, premi per gli appetiti di una classe politica incapace di distinguere il bene pubblico dal tornaconto privato.

È significativo che a farne le spese, in termini di degradazione lessicale, sia il concetto di responsabilità, che ha accompagnato, fin dal Settecento, la storia della democrazia rappresentativa.

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