Per proteggere le donne afghane non bastano i corridoi umanitari

Su Domani 23 agosto 2021

Con le immagini di corpi e volti nascosti dal burqa, le donne afghane tornano a rappresentare il simbolo dell’oppressione fondamentalista islamica. Non solo: dopo il collasso delle istituzioni di Kabul di fronte al ritorno dei talebani, il destino di quelle giovani donne, cresciute nella faticosa conquista di libertà, istruzione, lavoro, evoca la fragilità del modello democratico e dei diritti umani nel mondo.

Per questo, per l’opinione pubblica occidentale, “salvare” le donne e le bambine afghane appare come una priorità unanime. Persino Matteo Salvini sposa l’ipotesi di corridoi umanitari dedicati – beninteso, solo a loro: «Porte aperte per migliaia di uomini, fra cui potenziali terroristi, assolutamente no».

Di contro, voci critiche come quella della scrittrice Igiaba Scego mettono in guardia verso il “white saviorism”, cioè la retorica paternalista dell’occidente bianco: «le donne afgane», ha scritto su Facebook, «non vogliono essere salvate, vogliono essere appoggiate nella loro battaglia di autodeterminazione. Non cercano salvatori/salvatrici, ma alleate e alleati».

Naturalmente, come hanno mostrato le immagini di persone fuga all’aeroporto di Kabul, tante donne e tanti uomini vogliono letteralmente essere messi in salvo fuori dai confini del paese. Ciò rende particolarmente urgente l’apertura di corridoi umanitari. Tuttavia, le critiche alla retorica umanitaria colgono un aspetto cruciale: passata l’onda emotiva, queste risposte rischiano di lasciare immutata la realtà, esonerando le democrazie occidentali dal volgere lo sguardo al proprio interno, alle proprie politiche in materia di frontiere, migrazioni e asilo, con speciale riguardo proprio alle donne.

L’Afghanistan è la seconda nazionalità per numero di domande d’asilo nell’Unione Europea e, secondo i calcoli dell’Ispi, sono almeno 310.000 le persone di questo gruppo oggi prive di protezione, di cui circa 60.000 sono donne, quasi la metà minorenni.

Al di sotto delle accorate denunce dei diritti conculcati in altre parti del mondo, la realtà è che le nostre procedure d’asilo stentano a riconoscere come forme di persecuzione la violenze che hanno luogo nel “privato”, le violazioni della libertà, della salute, dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne – anche per l’assenza di riferimenti al “genere” nel diritto internazionale dei rifugiati.

Nel nostro libro Donne senza Stato, Ilaria Boiano ed io sosteniamo che per rispondere alla richiesta di protezione di donne che subiscono violenze di genere nel proprio paese occorrerebbe «un sistema rivisitato sotto il profilo dei presupposti e che potrebbe trovare ispirazione dal diritto di asilo previsto all’articolo 10 della Costituzione italiana», secondo cui l’asilo va accordato allo «straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche».

Si tratta di una proposta radicale e senz’altro ambiziosa per la vastità dei gruppi umani, in particolare di donne, che potrebbe interessare. Ma come essere all’altezza altrimenti dei principi che professiamo?

Ammettere incertezza sui vaccini può ricomporre la fiducia degli scettici

Su Domani 17 agosto 2021

[…] Di certo, la strada per convincere dell’importanza del vaccino cittadini e cittadine riluttanti non passa attraverso la ridicolizzazione delle loro paure e la banalizzazione dei loro dubbi. Non passa nemmeno per la trasformazione dei non vaccinati in capri espiatori, né per l’uso pedagogico/punitivo del green pass.

Nel suo ultimo libro, How to Talk to a Science Denier (come parlare a un negazionista scientifico), il filosofo statunitense Lee McIntyre nota che «non si possono cambiare le convinzioni di qualcuno contro la sua volontà, né di solito si riesce a fargli ammettere che c’è qualcosa che già non sa. Ancora più difficile è convincerlo a cambiare i suoi valori o la sua identità». Non c’è alcuna «easy way». Se vogliamo modificare le opinioni degli scettici, spesso alimentate dalla polarizzazione politico-mediatica, «dobbiamo andare là fuori, faccia a faccia, e cominciare a parlare con loro».

[…]

Se ciò che si chiede ai no-vax è di preoccuparsi non solo di sé stessi ma anche di chi li circonda, non ci si può esimere dall’estendere anche a loro la nostra preoccupazione. Questo può comportare impegnarsi in una conversazione difficile, come mi ha insegnato l’incontro con la commerciante greca. Ma accettare la difficoltà significa rispettare qualcuno abbastanza da cercare di convincerlo delle proprie ragioni.

L’articolo completo al link https://www.editorialedomani.it/fatti/vaccini-covid19-no-vax-fiducia-scettici-vspdx7xo

Il cimitero dei disegni di legge dimenticati sui diritti civili

Su Domani 6 agosto 2021

[…] Il visitatore che si imbattesse nel cimitero dei ddl dimenticati troverebbe ognuno di essi incartato in discorsi sul tempismo inopportuno, sul carattere sensibile e divisivo dei temi in oggetto, sulle “ben altre” questioni sociali che vengono prima dei diritti civili. Soprattutto, però, ripercorrerebbe le storie di puro tatticismo, svuotato di idealità e principi, dietro al fallimento delle battaglie per la loro approvazione.

Quella che va in scena, ad ogni rinvio della discussione, in ogni nuova impasse dell’iter parlamentare di provvedimenti che (almeno sulla carta) possono contare sulla maggioranza dei voti in entrambe le camere, è una politica ridotta ad agire strategico, priva di riferimenti valoriali, disposta a sacrificare le buone ragioni sull’altare dei giochi di potere.

Non adesso, non così, si sente ripetere. Ma allora quando? E come? Non verrà mai un tempo in cui la politica italiana potrà dirsi distante dalla contesa elettorale, che è pressante e continua. Né verrà un tempo senza “ben altri” problemi a cui rispondere, specialmente nel contesto di una crisi sanitaria di cui non si vede la fine, e di una crisi economica che è solo all’inizio.

Niente impedisce di tenere fermo l’impegno su grandi questioni di diritti, se non la meschinità dei calcoli politici e la mancanza di coraggio.

L’articolo completo al link https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/il-cimitero-dei-disegni-di-legge-dimenticati-sui-diritti-civili-ddl-zan-omotransfobia-oc12dcan

La cultura del “me ne frego” della destra populista

Su Domani 2 agosto 2021

Tra i paradossi di fronte a cui ci ha posto la pandemia di Covid-19 dovremo annoverare anche la visione della destra law and order che grida alla “dittatura sanitaria”, dei campioni del comunitarismo che difendono un ideale anarco-individualista di libertà. Guardando le piazze “No green pass”, la contraddizione non è sfuggita ai più, tra ironie social e critiche articolate, giunte anche da esponenti dello stesso mondo politico.

Possiamo credere che gli eredi del pensiero conservatore che, dalla Rivoluzione francese in poi, osteggia la dottrina liberale dei diritti individuali, abbiano finito per abbracciare il lessico e le idee degli storici avversari? In realtà, le cose non stanno proprio così. Le ragioni di questo apparente paradosso sono in parte di tipo strategico, in parte attengono invece alla natura propria dell’ultradestra.  

[…]

I partiti di destra, i campioni del contrattacco conservatore, prendono così spesso a bersaglio quelli che sono additati come prodotti dell’individualismo liberale – i diritti universali, le libertà delle donne o delle minoranze sessuali – che si è tentati di leggere la loro avanzata come una rivincita di una visione olistica della società, dell’ancient régime sull’Illuminismo.

Rischia così di passare inosservato il fatto che la destra populista del nostro tempo non è anti-individualista. È anzi imbevuta di quella particolare versione dell’individualismo moderno – esaltato negli ultimi decenni dal neoliberismo – che proclama la sovranità dell’Io su di sé mentre recide il vincolo sociale che lo lega agli altri.

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La lotta contro l’omofobia si lega a quella in difesa dei lavoratori

Su Domani 19 luglio 2021

[…] Secondo alcuni critici, si tratta di un segno di estrema debolezza: incapace di trovare soluzioni alle ricadute locali del capitalismo globale, la sinistra sventola la bandiera dei diritti civili. Su questo terreno la destra attacca: «una volta la sinistra si occupava di lavoro, di operai», ha detto Salvini qualche giorno fa, adesso «Letta si occupa di Zan, di ius soli e della nazionale che si deve inginocchiare». Insomma, «siamo passati da Togliatti a Fedez».

Al di là delle note di scherno, la questione non è nuova. Richard Rorty la poneva già nel 1997. Secondo il filosofo, la sinistra, dopo aver trattato a lungo le ingiustizie razziali o di genere come un sottoprodotto di quelle redistributive, negli ultimi decenni del secolo scorso si è invece dedicata soprattutto a risollevare la condizione di persone «umiliate per ragioni diverse dallo status economico», e cioè per ragioni di razza, sesso, religione, orientamento sessuale. Il problema è che, nel contempo, le diseguaglianze e l’insicurezza economica sono costantemente aumentate. Il risultato è stato l’abbandono delle classi meno avvantaggiate. […]

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I diritti Lgbt sono una frontiera politica contro l’ultradestra

Su Domani 5 luglio 2021

La storia breve è questa: il ddl Zan aveva i numeri per essere approvato al Senato e ora non li ha più, perché una delle forze che lo ha votato alla Camera, Italia viva, ha deciso di ritirare il suo appoggio.

La storia lunga richiederebbe di ricordare, per lo meno, che nel primo passaggio parlamentare fu lo stesso partito, con la deputata Lucia Annibali, a firmare l’emendamento che introduce all’articolo 1 le definizioni di “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale” e “identità di genere”, come motivi di discriminazione e violenza. Proprio i termini che ora Renzi punta ad abolire per cercare un accordo ampio a destra.

Al di là delle ragioni recondite della mossa di Italia viva, su cui sono aperte le speculazioni, il punto politico che emerge con evidenza è l’intenzione di eliminare dal provvedimento il rimando alle dimensioni della personalità elencate all’articolo 1 come meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento.

Solo così si può interpretare la proposta di sostituire ai termini contestati le parole “omofobia” e “transfobia”, che per la loro indeterminatezza portarono ad arenarsi provvedimenti analoghi in passato.

Si tratta, ancora una volta, di rallentare il processo di costruzione di quella che il sociologo Éric Fassin chiama «democrazia sessuale»: una società e un sistema politico in cui le norme relative al genere e alla sessualità – pensiamo solo al matrimonio, all’aborto o alla violenza contro le donne – siano oggetto di discorso pubblico, non traduzione di un presunto «ordine naturale».

Gli avversari di questo progetto sono noti. Non solo il Vaticano, la cui posizione contraria al ddl Zan ha pesato senza dubbio sull’irrigidimento delle posizioni contrarie e sulla retromarcia di Renzi, ma tutte le forze politiche che in Europa sono schierate a difesa della famiglia – s’intende, eterosessuale – come «unità fondamentale delle nostre nazioni».

L’abbiamo letto nella dichiarazione firmata pochi giorni fa dai leader di sedici partiti dell’ultradestra, tra cui Marine Le Pen, Viktor Orbán, Jaroslav Kaczynski, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Santiago Abascal di Vox.

Alleate nell’intento di respingere «l’iperattivismo moralista» dell’Unione europea, le destre utilizzano anche metodi simili in diversi paesi per tacciare di furore ideologico i promotori di riforme nel campo dei diritti.

Se la domanda di riconoscimento delle minoranze Lgbt è ridotta a “ideologia” – dove la parola stessa rimanda alla logica totalitaria di deduzione di conseguenze nefaste da premesse aprioristiche – l’opposizione a essa può presentarsi come “buonsenso”, ma anche come strategia anti-egemonica ed espressione di libertà. Nascondendo, così, il carattere ideologico dello stesso pensiero dominante sul genere e la sessualità che intende difendere.

Attraverso i conflitti sui diritti Lgbt passa oggi una frontiera politica che divide gli stati del mondo, nonché l’opinione pubblica e la politica al loro interno.

I partiti italiani che, guardando a paesi come l’Ungheria e la Polonia, vedono una minaccia, e non una promessa, devono decidere da che parte stare.

Il razzismo è anche un nostro problema

Su Domani 30 giugno 2021

Venerdì sera, nella partita contro il Belgio, la nazionale italiana di calcio si inginocchierà, con il gesto divenuto ormai simbolo globale di impegno contro il razzismo. La Figc ha però specificato in una nota che non lo farà in adesione a Black Lives Matter, che afferma di non condividere, bensì come manifestazione di solidarietà verso gli avversari.

L’atteggiamento debole e incoerente di una squadra che resta in piedi, si inginocchia o fa metà e metà, in base a come si comportano i giocatori che ha di fronte, è stato oggetto di critiche trasversali. Quello che rischia di restare incontestato è il contenuto politico di una dichiarazione che, nelle intenzioni, doveva invece scongiurare la politicizzazione del gesto.

La Federcalcio parla di «una campagna che non condividiamo», ma cos’è esattamente che non vuole sposare? Il metodo, cioè l’espressione pubblica di adesione che tanti sportivi hanno manifestato inginocchiandosi – dal football americano con Colin Kaepernick, per arrivare a campioni del Nba come LeBron James, e a calciatrici e calciatori, dagli Stati Uniti all’Europa? O il merito, cioè la denuncia della violenza poliziesca contro le minoranze razziali?

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Serve l’orgoglio Lgbt contro la reazione conservatrice

Su Domani 25 giugno 2021

Con lo slogan “gay is good, gay is proud” è cominciata oltre cinquant’anni fa, nei moti di Stonewall del 27 e 28 giugno 1969, la storia di resistenza, riscatto e rivendicazione di diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, trans. Ancora oggi, è l’orgoglio, il sentimento affermativo di sé e della propria comunità, a dare il segno alle mobilitazioni che colorano tante città del mondo nel mese di giugno.

Pride è il contrario di vergogna, è il rovesciamento dello stigma che vorrebbe costringere le minoranze a nascondersi dallo sguardo pubblico. È un invito a uscire, a far esistere le differenze nello spazio di visibilità che è generato dall’agire collettivo, affinché ogni persona possa vivere anche nel proprio quotidiano godendo della pienezza delle libertà e dei diritti civili e sociali.

La manifestazione, che in Italia esiste ormai da un quarto di secolo, è stata trattata in anni recenti come obsoleta: non è forse finito il tempo dell’esclusione? Non siamo definitivamente entrati nella stagione dei diritti? Chiaramente non è così, e i fatti di attualità sono qui a ricordarcelo.

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Dove sono le femministe? Accanto a Saman e a tutte le altre

Su Domani 10 giugno 2021

Dove sono le femministe? Come avviene ogni volta che il tema della violenza basata sul genere si intreccia con la questione migratoria, le attiviste per i diritti delle donne sono accusate di restare in silenzio per il presunto timore di incorrere nell’accusa di razzismo. In realtà, basterebbe scorrere i comunicati presenti sulle pagine dei movimenti e di tutte le principali organizzazioni italiane, a partire dalla rete D.i.Re che riunisce i centri antiviolenza, per accorgersi che le femministe dicono parole chiare, di rabbia e denuncia, sull’ennesimo caso di femminicidio che – ormai è certo – ha tolto la vita alla diciottenne pakistana Saman Abbas.

Ciò che non si perdona, però, a quelle che vengono schernite come “professioniste dell’indignazione di genere” è di non sposare il frame culturalista, che pretende di leggere la violenza contro le donne primariamente come il prodotto di culture o religioni diverse da quella occidentale – in particolare l’islam.

Questo frame è rifiutato da gran parte del femminismo perché ostacola il riconoscimento della violenza come fenomeno strutturale, finendo, per esempio, per oscurare le 45 morti per femminicidio avvenute nel paese nel 2021, di cui sono responsabili partner, ex partner, familiari.https://bfb329c78724ad436386fbc3ac4871d6.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

Mentre gli omicidi sono stabilmente in calo dagli anni Novanta, quelli commessi in ambito familiare, che contano principalmente donne tra le vittime, non vanno diminuendo e tendono a costituire una quota sempre maggiore del totale.

OLTRE LO SCONTRO DI CIVILTÀ

Il problema è dunque più grave di quanto vogliono far credere gli imprenditori delle politiche anti-immigrazione e i fautori dello “scontro di civiltà”. Come si legge nell’indagine dell’Istat sulla violenza sulle donne dentro e fuori la famiglia, «se è vero che ci sono culture o subculture in cui il dominio dell’uomo sulla donna è considerato più accettabile e quindi le violenze sono più frequenti, è altrettanto vero che l’identikit dell’uomo violento corrisponde al ‘signor qualunque’: disoccupato, operaio, impiegato, professore, poliziotto, medico…».

E allora tutti i casi sono uguali? No. Ed è ancora una volta il femminismo ad averci insegnato a vederlo, a partire da quando, all’inizio degli anni novanta, la giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw ha applicato il concetto di «intersezionalità» alla lettura della violenza contro le donne, per mostrare come il genere, l’etnia, la classe, la religione, la nazionalità si intreccino tra loro condizionando sia l’esperienza degli abusi, con le difficoltà d’emersione e protezione, sia il discorso politico e mediatico sul tema.

LA VIOLENZA INVISIBILE 

Adottando questo approccio, dobbiamo notare in primo luogo che la violenza subita dalle donne straniere resta largamente invisibile allo sguardo pubblico. Eppure migranti, richiedenti asilo, rifugiate, devono confrontarsi ogni giorno sia con il rischio cui le espone il semplice essere donne, sia con gli atteggiamenti ostili o razzisti della società d’accoglienza, sia, spesso, con le forme più accentuate di controllo che le loro comunità di appartenenza mettono in atto proprio nell’esperienza della migrazione e dell’asilo.

La scarsa attenzione alla loro condizione aggrava il pericolo di esiti letali, come mostrano i dati sul femminicidio in Italia, secondo cui le donne straniere uccise in Italia sono il 22 per cento del totale (649 su 3.000, tra il 2000 e il 2016); e ad ammazzarle è stato, nel 40 per cento dei casi, un uomo italiano.

In secondo luogo, dobbiamo osservare la tendenza della politica e dei media di destra a portare l’attenzione sulla violenza subita dalle donne straniere solo quando la possono facilmente ascrivere a un orizzonte “altro”, e strumentalizzarla per rinfocolare il conflitto tra collettività etniche, culturali, religiose.

Così, le donne “altre” finiscono schiacciate tra due sistemi oppressivi che pretendono di usarle ognuno a proprio piacimento: da un lato, le regole dell’onore, della modestia femminile e della sottomissione che vogliono costringerle in una posizione subalterna al potere maschile, dall’altro uno sguardo “occidentale” che le compatisce come vittime ma intanto ne fa altrettante pedine nella battaglia contro lo straniero.

LA DOPPIA ESCLUSIONE

Invisibilità e strumentalizzazione determinano una condizione di doppia esclusione, mentre ostacolano la consapevolezza rispetto agli interventi che sarebbero necessari, e che includono: il rafforzamento degli strumenti di contrasto alla violenza di genere, a partire dai centri antiviolenza e dalle reti territoriali; l’aumento di competenze culturali e linguistiche per andare incontro alla domanda d’aiuto di donne straniere; gli interventi di educazione e sensibilizzazione, nella scuola e nella società; politiche di integrazione sensibili alla dimensione di genere e mirate a contrastare forme di segregazione femminile all’interno delle comunità straniere.

Bisogna essere consapevoli che l’enfasi sull’insuperabile distanza culturale tra alcune collettività migranti, come quella pakistana, e la società d’accoglienza non solo ignora la realtà della mescolanza di cui proprio ragazze come Saman si fanno testimoni, ma finisce per offrire un alibi per non fare nulla, per condannarle all’abbandono quando subiscono o rischiano di subire violenza. E ci lascia più impotenti di fronte alla sua morte.

Il folle sogno di un’Europa che respinge invece di accogliere

Su Domani 6 giugno 2021

Rinserrata nella sua fortezza, preda del sogno folle di “zero migrazioni”: così appare l’Europa che si risolleva dalla pandemia. L’ultimo atto è andato in scena pochi giorni fa, quando il parlamento danese ha emendato la sua legge sugli stranieri, decretando il trasferimento forzato dei richiedenti asilo in paesi terzi (forse il Ruanda, la Tunisia o l’Etiopia) per l’esame delle domande di protezione, senza garanzia di ammissione nel paese neanche in caso di esito positivo della procedura.

Ad aprile, Copenaghen aveva già creato sconcerto con l’annuncio del governo socialdemocratico di voler rimandare a casa i rifugiati siriani.

La decisione di esternalizzare gli obblighi relativi all’asilo e alla protezione internazionale segnala un approccio che Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, non esita a definire contrario «alla lettera e allo spirito della Convenzione sui rifugiati del 1951», di cui la Danimarca fu prima firmataria nel 1952.

Il problema non sembra però poter essere circoscritto alla particolare durezza delle politiche migratorie di un paese di cinque milioni e mezzo di abitanti. Sono di poche settimane fa le immagini dei respingimenti di massa di migranti e richiedenti asilo dall’enclave spagnola di Ceuta verso il Marocco, senza un’analisi caso per caso, senza accertamento della volontà di fare domanda d’asilo o di particolari vulnerabilità.

Non solo, ma i summit europei hanno apertamente eluso il tema, sollevato dall’Italia, della ricollocazione dei nuovi arrivati, mentre l’Ue insiste nella politica di esternalizzazione delle frontiere stringendo accordi con paesi terzi che non garantiscono il rispetto dei diritti umani.

I governi di Francia e Germania sembrano temere più la vittoria elettorale dei “populisti” che la catastrofe umanitaria alle nostre porte. In Italia, esaurite le polemiche sulla gestione della pandemia, Giorgia Meloni torna a parlare di «blocco navale» contro i migranti. E l’opinione pubblica europea? Tiepida davanti al dramma delle morti alle frontiere, resta inerte anche di fronte alla criminalizzazione delle ong che prestano soccorso.

Sembriamo aver dimenticato che, fin dalla Dichiarazione Onu del 1948, quello di chiedere asilo è riconosciuto come un diritto umano. O forse siamo semplicemente indifferenti all’essere umano in quanto tale, che non possa vantare diritti d’appartenenza in quanto cittadino.

Hannah Arendt parlò di «fine dei diritti umani» quando masse di persone, tra le due guerre mondiali, si trovarono espulse dai propri paesi, e scoprirono che la «nudità astratta dell’essere uomini e nient’altro che uomini» non valeva nulla senza un titolo di appartenenza a uno stato-nazione.

Il diritto internazionale sull’asilo del Dopoguerra, a partire dalla Convenzione di Ginevra del 1951, è stato inteso a rimediare proprio a questo fallimento.

Se oggi, però, gli stati tornano a sancire l’impossibilità di un diritto al primo ingresso per l’esame della domanda di protezione, possiamo davvero consegnare al passato l’amara diagnosi che Arendt fece allora?